È scomparsa la vergogna di dire idiozie

Vediamo di capirci: il sindaco di Bari, il nostro sindaco, Antonio Decaro, decide di stroncare una “cerimonia” che imperversava da anni e occupava abusivamente un tratto di strada e c’è chi se ne lamenta?
Che il social permetta di declamare il peggio che c’è nelle nostre società è un dato acquisito: c’è chi parla di cloaca digitale, preoccupandosi poco di quella retorica da bar che fa ricorso a parole come democrazia e libertà di pensiero. Tutti hanno il diritto di esprimersi, ma un’idiozia rimane tale e non c’è verso di edulcorarla con similpolitichese da borgata.
Il compianto prof. Umberto Eco lo aveva detto sei anni fa (“Internet? Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere”) attirandosi le critiche ipocrite di chi ha spianato la strada alla cultura dell’”uno vale uno” (che è un po’ la regina delle idiozie).
Dunque Decaro, nel mentre denuncia chi ritiene di poter fare di pezzi della città quel che crede e quel che vuole, qualcun altro lo accusa di sporcare in questo modo l’immagine adamantina della città. 
C’è poco da sorprendersi in verità, perché in questo atteggiamento c’è la cultura di quella baresità che da sempre privilegia l’apparire sull’essere. La forma sulla sostanza. Ed è così forte e diffusa da varcare, senza arrossire, gli argini della legalità, argomentando in modo singolare sull’immagine di Bari.
Come dire: che i clan facciano il loro comodo, basta che non lo si faccia sapere in giro. E in realtà se il sindaco ha “sbottato” e si è presentato alle autorità, lo si deve a una “tolleranza” che aveva portato a considerare “normale” quell’evento in via Nicolai. Al punto da essere in qualche modo “legittimato” dalla presenza di un religioso che avrebbe fatto meglio a rimanere a meditare piuttosto che creare imbarazzi ai suoi confratelli e al vescovo.
La legalità vale tutti i giorni, non solo in quelli dispari, e vale per tutti e soprattutto per coloro che credono di avere una sorta di franchigia generata da consuetuidini che avrebbero dovuto essere stroncate  sul nascere. 
Questa vicenda è la cartina di tornasole della nostra città e delle nostre ipocrisie. Il sindaco ci ha messo la faccia (per utilizzare una brutta espressione tanto in voga) e, a dire il vero, bisogna dargli atto del fatto che non si tratta della prima volta.
La sua non è solo una presa di distanza da chi ritiene di poter spadroneggiare. Oggi, più di ieri, suona come un atto di accusa nei confronti di quella città che resta indifferente a ogni delitto, che preferisce farsi i “fatti propri”, ma che poi ritiene di divenire alfiere dell’immagine della città (che proprio nel momento in cui si esprimono viene sporcata in modo indegno).
Per paradossale che possa sembrare c’è più da vergognarsi di chi ritiene che il sindaco abbia sbagliato a rivolgersi alle autorità di polizia piuttosto che di coloro che volevano “festeggiare” come ogni anno impadronendosi di un luogo pubblico.
Siamo in quella zona grigia di chi si lamenta di ogni cosa e non fa nulla per migliorarla, di chi protesta per le tasse, ma da sempre evade il fisco, di chi fa carte false per ottenere il reddito di cittadinanza, di chi emette tre fatture in un anno, di chi parcheggia in doppia fila o davanti agli scivoli per i disabili, di chi punta l’indice invece di guardarsi allo specchio, di chi non fa caso ai topi che scorazzano in città ma oggi guarda in cagnesco un ragazzo orientale che vive (o è nato) qui da anni.
E sì, dobbiamo dirlo, siamo messi male. I social hanno cambiato la nostra vita. Chiunque ha libero accesso perché il digitale ha “disintermediato” e perché una tecnologia, come sostengono i deterministi, “cambia il nostro modo di essere”.  Ma questo non è affatto un male, anzi è una ricchezza. Se non fosse che, per dirla con le parole di uno tra i più grandi scienziati della comunicazione viventi, Derrick de Kerckhove, abbiamo perso quel senso di responsabilità che la “cultura privata” prevedeva verso coloro con cui comunicavamo. I prezzi da pagare, sulla base dell’entità delle azioni e delle dichiarazioni, erano senso di colpa e vergogna. Da quando siamo globalizzati, alla prova dei fatti, non c’è più spazio per vergogna e senso di colpa. Gli imbecilli vogliono la parola? Prego, ne hanno facoltà...

Scrivi all'autore