Adesso tocca a noi: FERMIAMOLO!


Tocca a noi. O almeno così sembra, a guardare i numeri: siamo la regione più esposta dopo quelle del Nord, in prima linea. La bestia feroce denominata Covid-19, più nota come Coronavirus, dovrebbe essere vicina a sferrare la sua offensiva nel Mezzogiorno d’Italia e quindi anche in Puglia. Ma sulla carta è una partita che dovremmo essere in grado di giocare per almeno due motivi principali: abbiamo preso atto della devastante esperienza delle regioni settentrionali e abbiamo avuto la possibilità di organizzarci. 

Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, ha scelto di giocarla col “Maradona” dei virologi: il prof. Pietro Luigi Lopalco, chiamato per tempo a gestire la struttura speciale di coordinamento delle Emergenze Epidemiologiche. Lopalco è professore ordinario di Igiene all’università di Pisa, ma soprattutto ha una straordinaria e riconosciuta esperienza internazionale in tema di epidemie causate da questo genere di patogeni. 

Ma ovviamente tutto questo non basta. Per vincere serve la squadra e la squadra è la sommatoria del comportamento che ciascuno di noi, consapevolmente e responsabilmente, terrà in queste ore e soprattutto nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. 

Non c’è una bacchetta magica, né ci possiamo scansare. Possiamo però fare in modo che il virus trovi le nostre strade vuote. Basta stare a casa, insomma, e smetterla una volta per tutte di partecipare all’incomprensibile festival della stupidità a cui sembrano essersi iscritti molti baresi (e pugliesi). Che evidentemente non hanno ancora capito di che cosa si sta esattamente parlando.

Attenzione, dunque. Essere preparati significa non soltanto stare a casa ma anche riconoscere la sintomatologia perché risulterà fondamentale non intasare le linee telefoniche e i pronto soccorso a vuoto. Il Covid-19, come ha spiegato proprio il prof. Lopalco, si manifesta con febbre (quasi sempre alta) e tosse secca insistente. Capire la differenza con quella che potrebbe ancora essere l’influenza stagionale senza farsi prendere da timore e psicosi, può essere molto importante. Peraltro, uno dei motivi per i quali assolutamente non si deve andare in giro è che il 70% dei soggetti positivi è asintomatico o ha sintomi lievi. Ovvero, potrebbe non rendersi conto di aver contratto il virus e per questo diventare una sorta di untore ambulante.

Lunedì scorso il presidente Emiliano ha illustrato in videoconferenza i dettagli del piano ospedaliero approntato dalla Regione Puglia. Lo scenario immaginato prevede 2000 contagiati, con 1000 ricoverati in ospedale e 200 in terapia intensiva. 

Emiliano ha spiegato che il piano è stato però allestito prima che circa 30mila persone rientrassero dal Nord (che sarebbero i possibili “cervelli in fuga”, anche se in questo caso c’è molta fuga e poco cervello…) portandoci il rischio concreto di far saltare il banco. Soprattutto perché in molti non si sono neanche autodenunciati.

Gli esperti sono stati chiari: se il contagio sarà compreso nei numeri previsti, sarà possibile gestirlo. Altrimenti sarà un problema. E nel caso servirà il supporto da parte della Protezione civile nel somministrarci i macchinari per la ventilazione ed anche i DPI, dispositivi di protezione individuale, soprattutto per il personale sanitario. Il tutto sebbene il piano preveda a monte l’aggiunta di altri 225 ventilatori polmonari e monitor ai 500 già esistenti, pur sapendo che il fabbisogno attuale pugliese è di 205 postazioni.

Il presidente ha illustrato come sia stata “smontata e rimontata tutta l’organizzazione ospedaliera dividendo e isolando strutture dedicate a Covid da quelle Non Covid che devono comunque continuare ad assistere tante persone. Ogni struttura Covid tiene insieme i reparti di infettivi e pneumologia con le sale di rianimazione, così in caso di bisogno il trasporto è rapido. Questo sistema è presente su tutto il territorio pugliese”. Insomma, un modo per tranquillizzarci. Sempre che tutti facciano la propria parte.

La logica, per intenderci, è un caposaldo del ministero: non moltiplicare gli ospedali che si occupano di Covid ma concentrare i casi positivi, in modo tale da contenere il numero dei lavoratori esposti, razionalizzare l’utilizzo dei DPI e soprattutto focalizzare le competenze. 

Il piano prevede il coinvolgimento di nove strutture ospedaliere, di cui sei pubbliche, due case di cura private accreditate e un ente ecclesiastico, il “Miulli”. Tutte queste strutture prevedono l’attivazione della terapia intensiva. In Puglia sono attive ordinariamente 32 unità operative di terapia intensiva con circa 300 posti letto. Sulla base dello scenario ipotizzato, ne sono stati destinati 54 ai Covid (che avrebbero dovuto essere “solo” 27 secondo il Decreto ministeriale) a cui ne sono stati aggiunti altri 252. Di questi, 144 da attivare nei sei ospedali pubblici individuati, 58 al Miulli e 50 presso le case di cura accreditate per supportare la rete.

Non è stato trascurato il fatto che il sistema sanitario deve comunque “tenere” anche sul fronte ordinario, ovvero garantire il massimo del servizio possibile alle altre patologie e a chi dovesse in questa fase incorrere in necessità particolari tali da richiedere interventi decisi, anche in terapia intensiva e rianimazione.

Inoltre è stata studiata e organizzata una fase “post acuzie”, dedicata a chi ne sta uscendo: complessivamente si tratta di 545 posti letto, di cui 353 già attivi e altri 192 attivabili.

Fondamentale il contributo dei laboratori in grado di analizzare i tamponi e certificare la presenza del Coronavirus. Sono quattro: al Policlinico di Bari, al Policlinico di Foggia, al Fazzi di Lecce e all’ospedale di Bisceglie. In questo quadro ci sono poi le assunzioni dell’ultima ora, che sono oltre 2.500 unità. Prima gli operatori socio-sanitari, poi i medici di accettazione d’urgenza, gli infettivologi, anestesisti/rianimatori, medici internisti. 

Insomma, la squadra e la strategia sono pronte. Solo che, come detto, non basta. Poiché in qualche caso sono risultate vane le misure per limitare assembramenti e diffusione del contagio, altre iniziative sono state prese dai sindaci, a cominciare dal barese Antonio Decaro. Il primo cittadino è sceso in prima linea, senza guardare in faccia a nessuno per combattere l’imbecillità di un nugolo di pericolosi incoscienti che rappresentano un problema per tutti: e così ha prima dovuto chiudere i campi di calcetto, in mano a bulletti da quattro soldi incapaci di volersi bene; poi i parchi cittadini presi d’assalto da buontemponi in cerca di guai; quindi i distributori automatici h24, divenuti per i soliti idioti l’alternativa ai bar o al pub; infine qualche circolo ricreativo che rischiava di diventare l’anticamera di un girone infernale.

Poi ci sono le iniziative per non lasciare indietro nessuno: le comunicazioni sul virus nella lingua dei segni oppure tradotte in sei lingue diverse, come sul sito della Regione; e ancora, le misure adottate a Bari dall’assessorato al Welfare in favore degli over 70 e delle persone più fragili. Inoltre, la pulizia straordinaria Amiu di strade e marciapiedi ed il rinvio, deciso dal Comune di Bari, degli avvisi Tari (la tassa sui rifiuti) 2020. 

Adesso prepariamoci: #iorestoacasa.


Lopalco: “così si può attenuare il virus”

Il “vaso” del contagio pugliese sembra abbia cominciato a “rompersi” mercoledì 11 marzo, quando dai 9 casi del giorno precedente siamo improvvisamente passati a 25, quasi il triplo. Un’altra impennata è stata quella di venerdì 13, con 50 positivi, il doppio di due giorni prima. Poi un trend costante nel week end e il nuovo balzo lunedì, con 72 casi di positività; ben 87 martedì.

Un trend “a specchio” quello della provincia di Bari: sei casi il giorno 12, ma il doppio venerdì 13. Due giorni simili ed un nuovo raddoppio (26) lunedì 16 marzo. Poi i 35 di martedì.

Ci siamo, dicono i numeri: dopo le regioni del Nord, siamo noi i più esposti. Una prima valutazione degli esperti porterebbe a pensare che la curva epidemica dei casi positivi in Puglia rappresenta esattamente ciò che le autorità si aspettavano. Ma il prof. Lopalco ha chiarito che “quello che servirebbe è che tutte le misure messe in atto dall’8 marzo in poi, e quindi con la chiusura in casa di tutti i cittadini, possano modificare l’andamento della curva epidemica”. Discorso che potrebbe valere a patto che tutti si convincano che bisogna restare a casa. Ora più che mai.

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