Appartenenza e competenza pari non sono

C’era una volta... Cominciano così le favole o per lo meno cominciavano così quelle dei miei tempi che ci facevano viaggiare con immaginazione e fantasia. Solitamente avevano un lieto fine e, soprattutto, avevano l’obiettivo di utlizzare la metafora come strumento educativo. Il bene che ha ragione del male.

I nostri nipotini oggi sono risucchiati dagli schermi digitali dove c’è poco spazio per l’immaginazione giacché tutto si anima in modo da sembrare così verosimile da apparire reale a una mente in evoluzione.

Devo confessare che ignoro se esista una malattia, una sindrome o qualcos’altro che abbia pervaso quasi per intero una popolazione che crede alle favolette anche da adulta. Eppure...

Il racconto ha una forza emotiva con una capacità di coinvolgimento e di persuasione molto potente. Agisce sul nostro sistema limbico e non richiede particolari sforzi interpretativi. Anzi...

Gli fanno da contraltare i dati e la ricerca. E i dati e le ricerche sono freddi, lucidi, meritano di essere osservati, integrati, interpretati. Una fatica. E poi il “luogo comune” li vuole “aridi”, magari come quelli de Il Sole 24 Ore riportati nelle pagine seguenti da Domenico Mortellaro. Tutto sommato è assai più comodo credere che conoscere. Accade così che è più facile illudersi di essere tra le 10 città europee più belle da visitare che rendersi conto che siamo tra le trenta più pericolose d’Italia e, addirittura, tra le prime quindici se si tratta di omicidi, rapine e furti d’auto. Trascurando, peraltro, il “numero oscuro” delle estorsioni che, più dei grandi brand internazionali, sta uccidendo negozi e botteghe locali.

Siamo un po’ fatti così noi baresi. Amiamo gli illusionisti che solleticano il nostro ego. Quasi trent’anni fa scrissi che era tempo di smettere di dire idiozie che rappresentano un’eterna condanna della baresità. La prima ripetuta con autocompiacimento: se Parigi avesse il mare e via dicendo. La seconda declamata come una sentenza: pochi, maledetti e subito.

La prima è l’espressione di un ego ipertrofico dopato da emotività e propaganda. La seconda esprime la mancanza di visione, il fiato corto di chi pensa a tre giorni invece che a 3 o a 30 anni.

Ed è così che sotto la dittatura dell’emergenza e dell’urgenza, soggiogati dall’istinto di sopravvivenza della politica, che complessivamente siamo una città da oltre ottantesimo posto in Italia.

Siamo un tempio dell’appartenenza, non della competenza. E la beffa è che da alcune “stanze dei bottoni” (dove l’appartenenza impera) ci parlano di “fuga dei cervelli”. Un capolavoro di ipocrisia.

Certo, i nostri ragazzi fuggono. O, in realtà, riesce a farlo chi se lo può permettere. Altri, non meno talentuosi, sono costretti a subire l’angheria di chi si ritrova in cima alla scala sociale per eredità o affiliazione ai cerchi magici.

Un massacro. Cancellare la competizione per merito, soffocare le opportunità, non hanno solo un costo individuale, ma presentano un costo sociale spaventoso. Impediscono la crescita di una comunità, scoraggiano l’intrapresa, avviliscono ambizioni e professionalità.

Cosa si può dire a giovani medici, avvocati, giornalisti, ingegneri (e a mille altri per mestieri e professioni) che hanno il piede sull’acceleratore mentre qualcuno li frega tirando il freno a mano?

Certo, possiamo dire che è colpa dei migranti. Possiamo anche parlare della dematerializzazione imposta dalla rivoluzione digitale. E possiamo anche prendercela con il Nord usurpatore (il che, per molti versi, corrisponde al vero). Ma non è qui il problema. Migranti e dematerializzazione sono fenomeni planetari, non locali.

Eppure in altri luoghi, alla prova dei fatti, i ragazzi, i nostri ragazzi, che facciano i manager o gli idraulici, vivono una vita piena senza precarietà. Perché politica, cultura ed economia premiano il merito. Perché si misurano competenza ed esperienza. Non l’appartenenza.
E adesso? Adesso sotto con un’altra favoletta. C’era una volta...


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