BPB: il conto si fa più salato


La banca commissariata e i commissari sotto tutela. È questa, in estrema sintesi, la situazione alla Banca Popolare di Bari.

Un’esagerazione? Forse, ma il dato certo è che i commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini nella trattativa in corso con i sindacati su esuberi e sedi da chiudere sono affiancati dagli uomini dell’Abi, l’associazione delle banche italiane. E non si tratta di figure di secondo piano, visto che alla trattativa sta partecipando Salvatore Poloni, presidente del CASL, il comitato affari sindacali e del lavoro dell’Abi, che gestisce per conto delle banche italiane le trattative sulla contrattazione e sulle controversie sindacali nazionali. Peraltro, al tavolo si sono seduti i segretari nazionali dei sindacati di categoria dei bancari.

Come mai il livello del confronto si è alzato? Perché non basta più contrattare con i sindacati aziendali e quelli regionali? Certo, le sedi da chiudere e gli esuberi sono tanti e riguardano anche altre regioni, oltre la Puglia, ma la gran parte dei tagli è concentrata nell’area appulo-lucana, basti pensare ai 300 esuberi annunciati per la sola direzione.

Per comprendere appieno la situazione, è il caso di fare il punto sulle cifre necessarie per far ripartire la PopBari. Il ventilato aumento di capitale di 1,4 miliardi non è più sufficiente, il fabbisogno, per il momento si attesterebbe su 1,6 miliardi. Il progetto iniziale del governo di un intervento da 700 milioni di euro a testa da parte di Mediocredito Centrale e Fondo Interbancario è andato a rotoli, perché la Bce, alla luce dell’entità dell’intervento ha paventato rischi di aiuti di Stato. Quindi l’intervento da parte di Mediocredito Centrale si fermerà a 500 milioni. Il resto andrà a gravare sul Fondo Interbancario. E viste le aumentate necessità, si tratterà di sborsare 1,1 miliardi di euro, che andranno sostanzialmente a carico di tutte le banche italiane, che partecipano appunto al Fondo Interbancario.

Ecco perché l’Abi, l’associazione delle banche, sta affiancando i commissari, in pratica se Intesa SanPaolo, Ubi Banca, Unicredit etc… devono sborsare 1,1 miliardi per la Banca Popolare di Bari, vogliono capire bene perché, se questi soldi saranno sufficienti per risollevare la banca, qual è la situazione reale dei conti, in cosa si articola il piano di rilancio, quali sono i risparmi già messi in cassa. Insomma, sulla Popolare di Bari si sono accesi una serie di fari, che non si spegneranno facilmente con qualche rassicurazione e tagli a personale e sedi, seppure consistenti.

Le cifre sulle quali si sta trattando con i sindacati sono: chiusura di 94 filiali su 291; 900 esuberi (600 in rete, 300 in direzione) su 2.642 dipendenti, perché la Cassa di Risparmio di Orvieto è fuori da questa procedura;  510 risorse destinate alla mobilità territoriale e/o riconversione professionale; esternalizzazioni di molte attività, rivisitazione della contrattazione integrativa e intervento sulla previdenza complementare.

Nell’accordo quadro del quale fanno parte MCC e Fondo Interbancario è elemento fondamentale e irrinunciabile l’intesa con i sindacati per quanto riguarda i tagli.

A questo punto, però, la trattativa si svolge su due livelli: uno nazionale, nel quale evidentemente creare la cornice politica, complessiva, nella quale inserire i tagli; l’altro locale sul dettaglio dei numeri, delle situazioni individuali, sulle possibilità reali di accesso al fondo per i pensionamenti. I commissari continuano a sostenere che le chiusure riguardano aree marginali, con presidii minimi a livello di personale, mentre gli esuberi saranno volontari e circa la metà ha già maturato i requisiti pensionistici. Martedì scorso si è svolto un incontro con i sindacati aziendali e territoriali, che aveva per oggetto l’acquisizione della disponibilità per l’eco-cert, cioè la certificazione dell’Inps dalla quale si può capire la platea effettiva di chi potrà essere messo in pensione, un certificato che può essere chiesto dai lavoratori, oppure dall’azienda su mandato degli stessi lavoratori.

È un passaggio essenziale per comprendere la validità del piano industriale, almeno per quanto riguarda i tagli. Il piano dura 5 anni 2020-2024, ma nel settore bancario esiste il Fondo di sostegno al reddito, uno strumento che, dopo un accordo sindacale, può essere attivato e far ricevere al lavoratore fino a 5 anni di sostegno per poter arrivare alla pensione. Quindi, in realtà la vigenza dei tagli potrebbe andare ben oltre il 2024, spalmando i pensionamenti fino al 2029, perché gli ultimi che escono dall’azienda nel 2024, potrebbero godere del sostegno fino al 2029, andando in pensione entro il 31 dicembre di quell’anno.

Ecco perché è fondamentale acquisire gli eco-cert. Il problema è che, da alcune iniziali proiezioni, le cifre non sarebbero quelle indicate dall’azienda, infatti rispetto ai 900 esuberi annunciati, i pensionabili fino al 2029 sarebbero circa 600.

Il piano dei tagli è fondamentale per assicurare risparmi sui costi, che si proiettano in un arco di tempo abbastanza lungo, in modo da garantire una progressione costante. Una “ripulitura” necessaria in vista dell’assemblea dei soci che dovrà sancire il passaggio alla S.p.A., ma non sufficiente per annunciare una ripartenza. Sarà necessario mettere sul tavolo un piano concreto e appetibile, senza dimenticare l’esigenza di recuperare la fiducia dei soci, nonché la restituzione delle somme ai soci che da troppo tempo non riescono a rientrare in possesso dei loro risparmi. 

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