Bari capitale della Cultura? Non si tratta di una sagra...

Qualcosa non funziona nella nostra società e le rabbiose critiche alle cosiddette élites ne sono riflesso conseguente ma anche preoccupante, perché – impersonate per lo più dai movimenti sovranisti – finiscono per travolgere anche i fondamenti del liberalismo democratico.

Fra le cose che non funzionano c’è di certo il modo con cui la politica e i pubblici governanti “trattano” la cultura (quando non se ne dimenticano), un fattore dalle immense potenzialità ma aimè strapazzato.

Peraltro nel mio “La cultura effimera – Nutrire la mente nel Sud dimenticato”, pubblicato l’anno scorso, ho sottolineato che a “dimenticarsi” del Sud non è un novello Parlamento Subalpino, ma i meridionali stessi che, appunto, ce la mettono tutta per restare al palo.

Un esempio recente è lo strano progetto di candidare Bari, anzi l’area metropolitana, a capitale italiana della cultura per il 2021. Un progetto dai connotati che potrei definire in modo severo se non fosse che così offenderei molti bravi operatori. 

Mi spiego. Innanzitutto il progetto è stato lanciato nel nome di san Nicola, figura molto singolare ma dagli utilizzi controversi: Haddon Sundblom gli fece vendere anche la Coca-Cola. La mia amica Carmen Mari ha scritto un amabile libro per bambini su di lui ma non ha voluto chiamarlo “santo”, ha intitolato l’opera “Lo straniero dal mantello d’oro”. Come ho più volte scritto, “san” Nicola viene da tempo “usato” a Bari per fini politici dagli oligarchi putiniani: la fiumana di pellegrini che ci invade in buona parte è finanziata per il lungo viaggio da loro. Quindi san Nicola cavallo di Troia per la penetrazione putiniana all’estero e per rinsaldare le relazioni “virtuose” fra Putin e la chiesa ortodossa russa, vale a dire per dare una mano a un Paese retto da una compagine di potere non propriamente democratica. Per non accennare al disinvolto uso nostrano del santo per propiziare frecce tricolori, sgagliozze, ruote panoramiche, danzatori e danzatrici aeree, kitsch. Ora anche driver che unifica la proposta culturale? Mi sembra insensato oltre che capotico.

In secondo luogo il progetto vorrebbe essere non della sola Bari ma dell’area metropolitana, cioè firmato auspicabilmente da 41 comuni che, come ognuno sa, di legami metropolitani hanno ben poco, anzi pochissimo (data l’area così vasta, scelta senza alcun criterio ma semplicemente perché residuale della vecchia Provincia di Bari mondata del Nord Barese), salvo la possibilità di ma-novrare un po’ di risorse finanziarie da spalmare in base alle varie richieste dei campanili!

Insomma qui si prospetta ancora una volta lo scempio di una cultura intesa non come cibo per la mente ma come “baccanale-marketing” con i soldi del povero e indifeso contribuente. Uno schiaffo alla penuria e difficoltà in cui versano i territori e le persone in carne ed ossa, che la cultura potrebbe ausiliare in ben altro modo e con ben altra efficacia.


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