Consorterie e caos: così affonda il Belpaese

Stasera 31 gennaio, alle 23, sugli edifici pubblici del Regno Unito sventolerà la bandiera britannica, senza più quella dell’UE. L’Europa cambia dunque, mentre l’Italia ristagna, bloccata da un debito pubblico insostenibile. Fra le palle al piede che ci frenano c’è soprattutto l’impalcatura istituzionale, ormai asfittica ma che resta in piedi perché nessuno ha il coraggio e la lungimiranza di cambiarla radicalmente.

In Italia il principio fondante della vita politica dovrebbe essere il “Rassemblement” mitterandiano (due “Rassemblement” contrapposti, per garantire l’alternanza), mentre la funzione governante dovrebbe essere assicurata da soggetti che sappiano garantire efficienza ed efficacia. Mi spiego meglio: per governare c’è bisogno di competenza, esperienza, consapevolezza di navigare nel mare periglioso di un mondo globalizzato. Per “costruire” la società è invece necessaria capacità strategica, il coraggio della volontà innovativa, disposizione visionaria anche.

Invece oggi assistiamo ad una mescola caotica, ove tutti vogliono essere e fare tutto. Prova ne è la scandalosa riproposizione del sistema elettorale proporzionale, come se fossimo agli albori della Repubblica e non fossero sufficientemente note le spregiudicate manovre di palazzo, di gruppo, di manipolo e di consorteria cui assistiamo ormai impotenti e che i sistemi proporzionali assecondano come madri premurose.

L’Italia è un paese ove un presidente di Provincia (quelle che dovevano essere abolite…) viene sorpreso a festeggiare la fine dell’anno con uno spot in cui appare mascherato da boss della malavita. È il paese ove la TV di stato, saldamente occupata dai politici (con i soldi dei cittadini indifesi), decide di mandare in onda alle 4.55 della notte un corto sull’ILVA di Taranto, “Oltre le nubi”, pluripremiato, in cui si racconta il dramma delle emissioni mortifere (naturalmente, ora la scappatoia è che può essere visionato quando si vuole su RAI Play…).

Ma è tutta l’impalcatura istituzionale che in Italia (ultima in quasi tutte le classifiche) dovremmo rivedere “ab imis”, come direbbero i latini, cioè dalle fondamenta. Il cinquantenario della costituzione delle Regioni passerà invano, dando spazio solo a ridicole cerimonie e sedicenti approfondimenti storici, perché non si intende prendere atto che il nuovo regionalismo significa oggi macroregioni, che il rilancio delle città metropolitane significa eliminare quelle fasulle, che la riduzione dei parlamentari (secondo gli specchietti per le allodole concepiti dal M5S) non serve a nulla perché non intacca il bicameralismo perfetto.

Per migliorare il Paese, dunque, ecco ciò di cui avremmo bisogno: monocameralismo, macroregioni, autentiche città metropolitane, funzione governante fatta di expertise, alternanza fra due grandi “Rassemblement”, uno progressista e uno conservatore, senza criminalizzarne nessuno.

Ci arriveremo? Chissà quando.

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