Cosmo e mare per fuggire dal pianeta offeso?

Sergej K. Krikalëv partì verso la stazione spaziale MIR da sovietico e tornò sulla Terra da russo. È uno dei “racconti” della mostra “The missing Planet - visioni e revisioni dei tempi sovietici” allestita nel Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato.

La competizione spaziale fra URSS e USA non è un prodotto della guerra fredda, anzi già sul finire dello zarismo si affermò in Russia una corrente mistica che contaminandosi con la tensione palingenetica della Rivoluzione generò una utopia duplice: la speranza/certezza che la scienza potesse conferire l’immortalità e che la nuova umanità così generata potesse popolare il Cosmo. L’origine mistica si deve ad un pensatore di nome Nikolaj Fëdorov, che però fu ben presto fiaccata – aimè insieme alla componente utopica rivoluzionaria – dallo stalinismo montante.

C’è un romanzo di eccezionale forza evocativa (purtroppo poco letto) con una traccia significativa di tutto ciò: “Čevengur” di Andrej Platonovič Platonov, tradotto per i tipi di Einaudi nel 2015.  L’autore nel 1920, a 21 anni, prese la tessera del Partito comunista ma la restituì l’anno successivo, condannandosi così ad una vita grama di ingegnere confinato in campagne remote; poiché però non tutto il male viene per nuocere, trascorrerà le notti seduto alla scrivania – circondato dal silenzio della steppa - per scrivere e lenire così la sua disperazione, che si acuirà successivamente quando il proprio figliolo fu internato in un Gulag. Platonov, come ricorda la traduttrice del romanzo Ornella Discacciati, era coevo di Aleksandr Bogdanov, capo del Proletkul’t, che morì sperimentando su di sé una trasfusione di sangue che sarebbe dovuta servire a defunti da riportare in vita; gli stessi risorti che avrebbero dovuto colonizzare nuovi pianeti raggiunti con le macchine costruite da Konstantin Ciolkovskij, il padre della cosmonautica sovietica. Insomma nelle stimmate dello stato sovietico non c’è solo il visionarismo futurista!

Anche se il premio Nobel per la fisica Didier Queloz sconsiglia vivamente di concentrarsi sulla possibilità di vivere in pianeti diversi dalla Terra perché il corpo umano ha avuto bisogno di 3 miliardi di anni per adattarsi a quello in cui viviamo, la speranza di colonizzare il Cosmo resta molto viva: magari per il momento inviandovi i robot, come sostiene Roberto Cingolani. Oggi, con la grave pressione cui stiamo sottoponendo la Terra, questa idea è una sorta di piano A di salvezza qualora la situazione dovesse precipitare per l’insipienza degli umani. Ma c’è anche un piano B. Rifugiarsi nella profondità degli oceani secondo l’intuizione di Jules Verne, diventando tutti come il capitano Nemo. Ho letto con sorpresa una “lettera al direttore”, su un quotidiano, che auspica ciò: abitare il pianeta-mare, di cui è fatto il 71% del nostro Globo!

I piani A e B ci sono, dunque. Speriamo di doverne fare uso il più tardi possibile.

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