Dov’è finita l’operosità dei baresi di un tempo?

Dov’è finita l’operosità barese? La generazione di mio nonno, quella che ha fatto la guerra e che ha fatto la città, non c’è più. Erano loro a trainare Bari fuori dalla miseria bellica ed a condurla verso lo sviluppo e la crescita. Mio nonno dava lavoro, in una piccola bottega, e produceva servizi, commercio, come oggi pochissimi fanno.

La generazione dei miei genitori ha avuto il posto fisso, un regalo importante che ha fiaccato il desiderio di fare economia e ha prodotto dipendenza oggettiva dallo Stato. I miei genitori, come tanti, sono figli di due padri: nonni e Stato. Allevati nella certezza.

Poi la mia generazione, quella dei precari, di coloro che non smettono di domandare una collocazione, un posto, ma in cambio ricevono schiaffi e rifiuti. In tre generazioni, che non fanno un’epoca, si è consumata una società locale.

Bari, adesso, è una città di precari, di mezzi posti fissi, di consumatori smagriti, di produttori di ansia.

Ce lo racconta la zona industriale, dove le imprese baresi sono poche. Dove i grandi nomi del passato, come la Calabrese, non ci sono più. Il mondo produttivo si è spostato altrove, altrove sono sorti i nuovi centri di potere economico.

Nello stesso tempo, complice lo Stato, la città ha perso la fiamma dell’intraprendenza e dell’intraprendenza commerciale. Si è smarrita nell’idea di poter coniugare posto fisso statale e libera impresa. Le cose hanno preso strade diverse.

È cresciuta l’occupazione nei servizi pubblici, si è ridotta quella nel privato. Adesso Bari vive grazie ai dipendenti pubblici, senza i quali il commercio svanirebbe del tutto. E con esso le fortune di chi ancora resiste, in questo settore così martoriato.

Sempre nello stesso tempo, sono cambiati gli indirizzi politici della città, che da sognatrice è diventata più piatta. Bari si accontenta di esprimere una classe politica scialba, mediocre, poco adatta alla conquista di nuovi indirizzi. Non produce politici di livello nazionale, perché non produce economia di livello. Le due cose, nelle società, vanno di pari passo. Non ci sono guizzi economici, per questo non ci sono guizzi politici. O intellettuali, vista la penuria di dibattiti culturali davvero degni di nota.

Allora la città procede nel suo lento ed inesorabile declino un po’ appiattita sui fasti del passato, un po’ espellendo chi ha voglia di vivere dove la vita è dinamismo, ricerca, economia e lavoro vero. Questo spiega l’esodo di giovani e meno giovani verso altre città, e la conseguente rarefazione demografica così visibile in alcuni quartieri. Sono processi lunghi, ma non lunghissimi, che rischiano di fiaccare ulteriormente una città già provata dalla sua sostanziosa inoperosità.


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