Gatta ci Covid: il test traditore ti manda in tilt


Cominciamo dalla fine. La storia che stiamo per raccontare impone almeno un paio di domande. La prima legata a quello che ci attende, presumibilmente, nel futuro immediato per la gestione del post pandemia; la seconda in parte legata sia a quello che abbiamo già vissuto (direttamente o indirettamente) sia a quello che comunque potremmo vivere, se è vero che fino all’arrivo di un vaccino nessuno potrà ritenersi al sicuro di fronte all’infezione da Covid-19 Coronavirus.

La vicenda riguarda una persona, barese, di cui ovviamente non daremo il nome per motivi di privacy, muovendoci nel campo della salute. Ma tutto è ampiamente documentato. Le due domande arrivano tra un po’.

Il protagonista della storia lo chiameremo Nicola, come tanti che così si chiamano nel capoluogo.

È giovedì 7 maggio. Nicola, agente di commercio, ha un appuntamento di lavoro indifferibile in Campania. Munito di autocertificazione si mette in auto, imbocca l’autostrada A 16 Bari-Napoli ed esce al casello di Grottaminarda.

Qui trova un posto di blocco della Guardia di Finanza che ferma tutte le auto in uscita. I finanzieri chiedono la provenienza e poi “indirizzano” ciascun automobilista all’adiacente presidio: un gazebo con ambulanza ed operatori, che sottopongono la gente al cosiddetto test sierologico rapido. In sostanza, quello che prevede la puntura su un dito, come si fa ad esempio con i diabetici per il calcolo della glicemia.

Nicola ovviamente si sottopone al test e gli viene chiesto di attendere l’esito. Trascorrono una decina di minuti scarsi, poi un operatore lo chiama e gli comunica quanto verificato dalla goccia di sangue versata alla…causa: positivo!

Ma non finisce qui: non positivo all’IgG (che attesta di essere entrato in contatto col virus ma di averlo superato, producendo gli anticorpi), ma all’IgM, ovvero alle immunoglobine che vengono prodotte temporaneamente per prime in caso di infezione. Per dirla più chiaramente, Nicola scopre di avere in corso l’infezione da Covid-19 Coronavirus.

Ovviamente è uno choc. Il pensiero vola subito a tutte le persone incontrate negli ultimi giorni: dai parenti più stretti ai colleghi di lavoro, al semplice negoziante da cui ha acquistato il pane o la carne o la frutta.

Nella mente, si fa strada il terrore.

Intanto gli operatori invitano Nicola a sottoporsi al conseguente (vista la positività) tampone, che viene eseguito sul posto. Subito dopo, con mascherina, guanti e comunque distanziamento sociale, i finanzieri gli consegnano un foglio che impone l’immediato ritorno in Puglia. Ovviamente, direttamente a casa, a Bari, per la quarantena obbligatoria in attesa dell’esito del secondo test.

Nicola obbedisce. Torna a casa, dove praticamente si barrica con la compagna. Chiama il medico di famiglia, a cui racconta tutto, e che gli consiglia di attendere comunque l’esito del tampone per l’eventuale conferma, fermo restando che comunque nulla gli vieta di richiedere un nuovo test col tampone anche in Puglia. Poi si sceglie comunque di attendere: dalla Campania avevano promesso notizie entro quattro, cinque giorni al massimo. Da noi i tempi di attesa per il risultato del test non sono inferiori.

Cominciano nel frattempo cinque giorni terribili e di difficile gestione sotto il profilo nervoso e psicologico. Perché non basta non avere alcun sintomo del contagio avvenuto. Anzi, per certi versi è anche peggio che averne, perché ti senti un untore. Soprattutto se hai una madre anziana che eri appena andato a trovare dopo quasi due mesi di lontananza forzata.

Lunedì 11 maggio, la svolta. Poco prima di metà mattinata arriva la telefonata dalla asl campana: il risultato del tampone è negativo. Quindi, niente infezione, niente ruolo dell’untore, niente timore di un futuro immediato incerto. Che poi è vero in parte, perché la sgradevole sensazione del vissuto, delle notti insonni, della paura per sé e per i propri cari, resta. Non va via con una telefonata, per liberatoria che possa essere stata.

Dopo il lieto fine, restano le due domande a cui accennavamo sopra. Eccole: quanto sono attendibili questi test sierologici ed in particolare quello rapido?

La seconda: ma perché mai dal tampone all’esito devono passare quattro, cinque giorni lasciando la gente nell’angoscia?

Per essere ancora più chiari: se siamo destinati a convivere con il Coronavirus, non possiamo e non dobbiamo essere vittime del sistema. Perché c’è una terza domanda che è strettamente connessa soprattutto alla prima. Nicola è, per sua fortuna, risultato negativo al tampone e dunque vuol dire che il test sierologico rapido nel suo caso aveva prodotto un falso positivo. Non è normale, ma il danno è limitato alla persona fisica che l’ha subito; il problema è quando lo stesso test produce un falso negativo, cosa purtroppo possibilissima, che peraltro non porterebbe al conseguente tampone. Il che vuol dire che un inconsapevole untore, ovviamente asintomatico, potrebbe andarsene in giro a impestare il mondo.

Lo trovate normale? Francamente no. Così come non è normale che le Regioni procedano in ordine sparso. In Campania test rapidi di massa o quasi, nonostante medici ed esperti in generale si siano schierati contro, proprio per la conclamata inaffidabilità della prova; ma in Puglia, ad esempio, pur avendo scelto un’altra via perfino i tamponi di massa vengono considerati da un esperto al di sopra di ogni sospetto come il prof. Lopalco “inutili e dannosi”. Proprio la Regione Campania ha invece “scommesso” sull’affidabilità dei test sierologici sebbene ci sia un documento del ministero della Salute che attesta il contrario.

Non a caso, lo scorso 2 aprile il Policlinico di Bari ha avviato uno studio pilota sullo stato immunologico del personale dipendente attraverso uno screening sierologico con l’obiettivo di esplorare la circolazione del virus Sars-Cov-2 in soggetti asintomatici che non siano stati intercettati dal sistema di sorveglianza epidemiologica. Solo che al test (che per fortuna non è quello rapido), viene giustamente associato il tampone.

Che fare dunque? Da quanto si capisce il test sierologico (che non ha valore diagnostico) potrebbe diventare un passaggio obbligato per mappare la popolazione, soprattutto in attesa che sia prodotto un vaccino (e potrebbe volerci almeno un anno…). Ma se è vero che oltre al test rapido c’è anche quello da prelievo che sembra più attendibile, appare chiaro che al test debba sempre e comunque essere accoppiato il tampone per avere certezza della positività o della negatività.

Altrimenti, test con molti falsi positivi rischierebbero di dare il via libera a persone che in realtà non hanno mai contratto il virus. Oltre a fornire una fotografia della circolazione del virus poco aderente alla realtà. I falsi negativi, poi, sarebbero una vera bomba ad orologeria nelle nostre strade. E in ogni caso, entrambi pericolosi.

Insomma, a chi deve votarsi il povero cittadino comune per gestire in sicurezza, nel suo piccolo, il proprio futuro e quello dei propri cari? Abbiamo ben compreso che la nostra vita è cambiata, che la nostra estate non sarà più la stessa per chissà quanto tempo, che il lavoro è mutato, che la scuola deve trovare una nuova dimensione e così via. Va bene, non abbiamo scelta e dobbiamo fare di necessità virtù. Ma almeno possiamo chiedere che le istituzioni non ci rendano la vita ancora più difficile?

Si sbaglia chi crede di aver battuto il virus

Sebbene i numeri generali della Puglia siano sostanzialmente buoni, è fin troppo chiaro che la guerra contro il Coronavirus è tutt’altro che conclusa. E così se nell’ultima settimana (da lunedì 11 a domenica 17 maggio) la percentuale di casi rispetto ai test è scesa per la prima volta sotto l’1% (0,54), il futuro è tutto da costruire.

Si lavora su due fronti: la donazione di campioni di plasma in aferesi prelevati dai pazienti/donatori guariti dal Covid-19 che dovrebbero facilitare la guarigione dei nuovi casi con forme moderate/severe; i test sierologici che dovrebbero consentire una mappatura di quanti hanno avuto a che fare col virus in maniera inconsapevole, per accertare se hanno sviluppato anticorpi.

Nel primo caso si tratta di una sperimentazione che pare stia dando buoni riscontri, nel secondo bisogna certamente andarci cauti perché non si tratta di un test diagnostico e perché, come ha scritto nei giorni scorsi il prof. Pierluigi Lopalco sul suo profilo facebook “fatto salvo che il test sierologico è importante come screening di popolazione per evidenziare la circolazione inapparente del virus, purtroppo per verificare la presenza di anticorpi davvero protettivi bisogna fare un test assai complesso che richiede la verifica della neutralizzazione del virus su una coltura cellulare. È evidente che un test del genere sono in pochissimi laboratori a poterlo fare”.

Insomma, nonostante l’impegno, ancora una volta si dovrà praticamente procedere a tentoni…

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