Gestire le emergenze? Con innovazione e trasparenza

Ora che il caso dell’insegnante francese morto senza aver avuto rapporti con le zone colpite dall’epidemia mette in discussione perfino alcune linee guida dell’OMS e che, in Italia, la RAI annulla due servizi sul coronavirus per “consiglio” di un Governo ondivago (rendendo palese che l’informazione RAI è del principe, un po’ come quella della Corea del Nord), le incertezze del comune cittadino crescono. All’inizio di febbraio tre Regioni e una Provincia Autonoma del Nord chiesero che il periodo di isolamento previsto per chi rientrava dalla Cina fosse applicato anche agli alunni cinesi. Una richiesta sensata, ad occhio e croce (almeno per un osservatore neutrale, non “prevenuto”), ma la risposta negativa che ebbero dal Governo fu di tipo ideologico ed anche falsamente rassicurante.

È chiaro che la risposta data alle quattro istituzioni segnalava, allora, l’incredibile sottovalutazione dell’epidemia da parte governativa e ciò che è accaduto dopo in Italia lo stiamo vivendo in modo drammatico. In sovrappiù già da quel momento segnava una seria lacerazione dei rapporti fra il Governo e le Autonomie regionali, che poi si è acuita: a dimostrazione del fatto che la nostra Italietta non è preparata per affrontare crisi così gravi, cosa che d’altronde accade regolarmente quando per disdetta si verificano terremoti che compromettono intere città, le quali per capire quando torneranno alla normalità devono affidarsi alla cabala. Certo, se invece di più o meno piccole Regioni avessimo poche Macroregioni, queste crisi sarebbero molto meglio gestibili: ma l’accanirsi nel voler conservare le Regioni così come sono è un altro esempio della corta veduta della politica ed anche dell’incapacità di chi ci governa e amministra di avere il coraggio di innovare.

La considerazione che a questo punto viene spontaneo di fare riguarda il modo in cui stiamo affrontando, in Italia, altre crisi, come le problematiche climatiche, oggi già squassanti e che lo diverranno sempre più nei prossimi decenni. Per il Sud un problema gravissimo è l’incipiente avanzare della desertificazione, causata dall’aumento delle temperature globali, dalla riduzione delle piogge soprattutto estive e dalla cattiva gestione delle risorse, come segnalano ormai gli istituti specializzati e anche il nostro CNR. 

Si azzardano cifre a questo proposito: a rischio desertificazione sarebbe il 21% del territorio nazionale, di cui il 41% è nel Sud (la Sicilia è interessata per il 70% del suo territorio, la Puglia per il 57%). Il Politecnico di Zurigo sostiene che le estati calde e secche sono destinate a diventare molto più frequenti, provocando desertificazione.  Per la Puglia sarebbe una vera tragedia: oggi gli invasi, su cui si fonda tutta l’agricoltura che non emunge dalle falde (pratica questa già di per sé negativa), continuano a riempirsi, sia pure con maggiori difficoltà. Ma nel prossimo futuro cosa accadrà?


Scrivi all'autore