Il mondo ha una guerra da combattere contro i virus

L’epidemia coronavirus fa paura, comunque la si riguardi (ad esempio dal punto di vista economico) e soprattutto ci spinge ad almeno due riflessioni.

La prima è di natura specifica, cioè attiene alla salute. Ne ha già scritto Gilberto Corbellini recensendo sul Domenicale del Corsera il volume di Frank N. Snowden, “Epidemics and society, from the black death to the present”, Yale University. Abbiamo assistito a vaiolo, salmonellosi, lebbra, morte nera (il batterio Yersinia pestis), febbre gialla, tifo, malaria, dissenteria. Uno storico dell’Oklahoma, Kye Harper, ha dimostrato con ulteriori evidenze ciò che era già chiaro a molti e cioè che l’impero romano è collassato non per le ondate dei cosiddetti “Barbari” ma per il diffondersi di virus e batteri devastanti, in particolare la peste bubbonica in combinazione con stress ambientali quali eruzioni vulcaniche e instabilità climatica (“Il destino di Roma”, Einaudi 2019). In tempi più vicini a noi abbiamo conosciuto colera, tubercolosi, poliomelite, influenza e, nei decenni scorsi, Sars, Zika, Ebola, Hiv, Dengue. Di alcuni flagelli abbiamo avuto conoscenza sfumata, come ad esempio il virus Hiv, che ha falciato vite umane in numero impressionante in un continente però lontano dalla nostra piccola Europa (cioè in Africa). La conclusione è chiara: «Purtroppo, gli agenti trasmissibili sono troppo numerosi e l’evoluzione biologica troppo efficiente per le nostre comunque modeste possibilità di fare fronte ai veri padroni del pianeta». 

Questo significa una cosa sola, che è tramontata la facile certezza, novecentesca, che gli agenti infettivi capaci di creare pandemie siano stati una volta per tutte debellati. Con essi invece dobbiamo convivere pur facendo in modo di evitare il più possibile – con la prevenzione e con la ricerca scientifica - che si scatenino infezioni in grado di sopraffarci. Quindi le tragedie umane correlate a questi flagelli forse si ripresenteranno: come la catena di suicidi (di cui le fonti ufficiali cinesi non parlano) che hanno scelto l’estremo atto perché, infettati dal coronavirus ma rifiutati dagli ospedali per mancanza di posto, non hanno voluto tornare nelle loro case ove avrebbero infettato i loro cari.

Ma c’è un’altra riflessione da fare, questa volta di natura geopolitica se volete, su cui si sono esercitate schiere di creativi visionari. Ricordate il film “La città verrà distrutta all’alba”, opera giovanile (1973) di George A. Romero, il regista dei film sugli zombi? (c’è un remake del 2010, regia di Breck Eisner). Un incidente aereo provoca la dispersione di materiale batteriologico sperimentale sulla cittadina di Evans City (Pennsylvania) e questa cittadina viene posta in quarantena causando disordini terribili. Ma la diffusione nell’aria o l’inquinamento delle acque potabili o altro potrebbe anche essere opera di agenzie terroristiche: non sappiamo cosa ci riserva il futuro…


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