Il virus pericoloso da combattere è l’ignoranza

Calma e gesso, si usa dire tra i giocatori di biliardo davanti a un tiro impegnativo, quando l’avversario ti ha messo in una situazione difficile. In questa nostra partita contro il coronavirus cinese potremmo mutuare quel modo di dire in “calma e amuchina”.

Purtroppo, mancano l’una e l’altra. Per l’altra (l’amuchina) poco male: i medici hanno spiegato che, per lavarsi le mani, basta impiegare, con accuratezza e un minuto in più, un comune sapone. Alla faccia degli sciacalli che, come sempre nella storia dell’uomo, provano a trarre vantaggio da una difficoltà collettiva.

Più grave, molto più grave, è la mancanza di calma. Un vuoto che in modo automatico viene occupato da paura e panico. Il che, sia detto a chiare lettere, è un nemico peggiore del male.

In questa vicenda si è fatto tutto ciò che non si doveva fare: concitate maxidirette televisive (su ogni canale) che hanno iniettato il micidiale virus della paura a ogni ora, senza sosta. 

Il virus si è propagato in Italia in alcune regioni del Nord e questo ha indotto molti nostri emigrati a “fuggire” dalle aree “contaminate” per raggiungere il povero vecchio Sud, quasi fosse la terra promessa. Il coronavirus non ha migliore alleato per la sua diffusione che lo spostamento di persone da zone a rischio. Il primo caso pugliese a Taranto è stata solo l’ennesima dimostrazione.

Sulle origini del virus (a parte le consuete teorie cospirazioniste fatte circolare dai soliti idioti), abbiamo solo tante ipotesi (compresa quella che non avrebbe affatto un’origine cinese). Tuttavia, conoscerne le cause per eliminare le “sorgenti” attuali e future è fondamentale nell’epoca in cui la globalizzazione diffonde modi di mangiare, di vestire, di comunicare, di lavorare. 

Siamo rapidamente “contagiati” da comportamenti, servizi e prodotti (il che, parliamoci chiaro, è una ricchezza inestimabile), ma allo stesso tempo la facilità delle comunicazioni fisiche, degli spostamenti per lavoro o per turismo rendono inevitabile anche il “trasporto” di virus. 

Per questo, più che pagare il prezzo delle conseguenze, bisognerebbe investire per rimuovere usi, costumi e tradizioni tribali che non possono più coesistere in quest’epoca. Migliorare le condizioni economiche e culturali delle aree più arretrate: ecco una guerra che varrebbe la pena di combattere (per riprendere un concetto che Waldemaro Morgese ha espresso su EPolis Bari inWeek nel numero precedente).

Ma lasciamo i massimi sistemi, torniamo a noi e alle nostre paure. Ora abbiamo il primo caso accertato, che appaga lo spasmodico impegno di novelli aspiranti cronisti che al primo starnuto avevano reiteratamente lanciato l’allarme rosso. I social, al solito, hanno fatto il resto, giacché la “viralità” (nel bene e nel male) è una peculiarità di quei canali.

E poiché Seneca ci ricorda che “il vento non si può fermare con le mani” ecco che il primo caso è  spuntato anche da noi. Il problema più grosso sarà gestire l’ignoranza, non le persone affette dalla malattia (da cui, lo ricordiamo, guarisce più del 95 per cento delle persone). I comportamenti assunti verso i cinesi residenti da noi da anni e le “denunce” per chi, in qualsiasi modo, ha una relazione con loro, purtroppo, la dicono lunga sulla nostra condizione culturale.

Si gioca una partita tra emozione e razionalità, tra ignoranza e corretta informazione. Le misure di prevenzione (raddoppiate per i soggetti a rischio: ultraottantenni e chi soffre di patologie cardiovascolari, diabete, insufficienza respiratoria cronica e ipertensione) sono le uniche che contribuiscono a metterci al riparo dall’infezione. Dobbiamo vaccinarci anche contro l’ignoranza. Isterismi e panico non sono solo alleati del virus, ma fanno il gioco degli speculatori. 

Svuotare gli scaffali dei supermercati è esattamente il contrario di ciò che si deve fare. Limitare l’offerta significa favorire l’incremento dei prezzi in modo incontrollato e, nelle situazioni più gravi, permettere la nascita del mercato nero.

Calma e gesso, dunque. Il coronavirus passerà e se ce ne vogliamo disfare il prima possibile dobbiamo seguire le linee guida di chi ne sa più di noi.

Alla prova dei fatti, confidare e affidarsi al primo “sitarello” che ci compare sullo smartphone che “urla” seminando il panico è un errore. Letale.


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