La “terza via”? Più che altro un vicolo cieco

Le recenti tornate elettorali confermano l’impressione che già si era fatta strada fra molti osservatori: non c’è posto in Italia per le “terze vie”. Nel corso degli ultimi cento anni, anzi, le terze vie hanno fallito del tutto. Mi limito a citare i tre esempi più significativi. Nel 1919 i “sansepolcristi” tentarono di teorizzare il rifiuto tanto dell’assetto capitalista che di quello comunista della società ma ben presto tralignarono con i risultati che tutti conosciamo.  Nel 1976 Berlinguer e i segretari spagnolo e francese del partito comunista tentarono di promuovere il cosiddetto “eurocomunismo”, un comunismo riformista, ma anche questo progetto fallì rapidamente. Tony Blair fin da quando (1994) fu posto a capo del Labour Party cercò invano di promuovere il “New Labour”, cioè una terza via a cavallo fra capitalismo e socialismo. Queste esperienze postulavano tutte un codicillo importante. Il partito che avrebbe impersonato la “terza via” avrebbe dovuto essere cosa diversa sia dalla destra sia dalla sinistra: una sorta di sintesi equidistante. Ora, dopo cotanti fallimenti, figuriamoci se potrebbe affermarsi la cosiddetta terza via propugnata…dai 5 Stelle! 

Di conseguenza il perimetro nuovo della tenzone politica può essere solo l’alternanza fisiologica (purché nasca nella società e poi sia suggellata dalle urne...) fra conservatori e progressisti, cioè una competizione vera fra due rassemblement che propongano programmi e ceti dirigenti non sovrapponibili, in modo che il cittadino possa scegliere sul serio. Oggi, invece, le agende politiche sono plasmate non sulla base del merito specifico delle questioni e di analisi previe e rigorose che siano di base per le decisioni, bensì calcolando scrupolosamente il tornaconto in termini di numero di voti da raccattare o di alleanze di potere da consolidare, con due conseguenze: 

1) in nessuna compagine, di centrodestra e di centrosinistra, sono messe a fuoco le vere questioni da aggredire, perché magari impopolari e quindi dannose sul piano dei consensi; 

2) tutte le problematiche sono “annacquate”, smussate e snaturate, provocando la deriva della nostra democrazia, che – anno dopo anno – rischia di trasformarsi in un irrazionale sistema che ha solo un perdente, l’Italia e la sua speranza di rinascita.

La vittoria della “Brexit” dopo 4 anni di schermaglie pone tutti, in Italia, difronte ad un quesito di incalcolabile impatto qualora si intenda costruire due autentici rassemblement alternativi: riuscirà il Regno Unito a trarre profitto da questa decisione che, in sostanza, punta non più sui vantaggi economici che offriva l’UE ma su quelli che potrebbero ottenersi dall’opzione di non cedere alcuna sovranità all’UE? Infatti, se il Regno Unito dovesse vincere questa sfida, ne uscirebbero rafforzate in Italia le prospettive e la credibilità del rassemblement conservatore, e viceversa.

Vedremo…


Per sicurezza e mobilità ora servono nuovi modelli

di Leonardo Palmisano


La sicurezza è un problema? Sì, e non soltanto nel quartiere Libertà. La città di Bari deve darsi un obiettivo di forte integrazione sociale, se vuole smetterla di dipendere dal welfare mafioso. Deve darsi un piano per l’accoglienza e per l’integrazione sociale. 

Un piano che parta dalle scuole, per trattenere i ragazzi, che deviano, che scivolano inesorabilmente nelle maglie perverse del consumo di stupefacenti, arricchendo i sistemi criminali. 

Le fratture sociali in città possono produrre rabbia, collera, perfino episodi di razzismo e bullismo violento, come accaduto a Foggia l’anno passato o a Manduria. Una città che non produce ricchezza deve evitare di produrre frantumazione sociale, perché il rischio che attecchiscano fermenti di barbarie è alto. Favoriti, questi fermenti, da forme di parassitismo indotto dai diversi redditi di cittadinanza sganciati dal lavoro. 

Dobbiamo materialmente intervenire per innalzare la qualità della vita dei baresi, italiani e stranieri, esclusi dai centri occupazionali e di potere della città. Nel quartiere Libertà, per esempio, si deve irrobustire il nodo della produzione di lavoro. Si deve favorire la ricerca di investimenti che diano un respiro lungo alle opportunità di lavoro. Si deve creare un sistema pre-occupazionale cittadino, che tenga dentro le imprese e i possibili occupati. Vale lì come in tutti quei quartieri nei quali la disoccupazione adulta e giovanile si ritrova nei centri scommesse, nei bar, nei circoli del gioco delle carte gestiti dalla criminalità. 

Si tratta di intervenire per spezzare il circolo vizioso della dipendenza di intere sacche di città dai denari e dai servizi del crimine. Dobbiamo essere noi, forti della nostra salute morale, a proporre un modello di sviluppo. Perché le mafie ed il crimine producono forte insicurezza e sottosviluppo. Sottraggono risorse all’economia. La chiudono in un confine negativo. 

Vale anche per il crac della Popolare di Bari, che è esito di una gestione illegale di un pezzo importante della finanza locale. Quel crac avrà ripercussioni lunghe sulla credibilità del sistema d’impresa barese. Sfavorirà gli investitori non baresi. Decreterà la morte di numerose imprese non direttamente legate alla banca in questione. Conseguentemente, si creerà ancora disoccupazione ed insicurezza sociale. Anticamera di quel sentimento di insicurezza che si diffonde ogni volta che l’esistenza si impoverisce. 

L’integrazione sociale è il prerequisito per rifare Bari, per ridare alla città un respiro economico ed occupazionale saldo. Integrazione che passi, però, attraverso l’ampliamento del suo sistema infrastrutturale. Perché le persone meglio circolano, meglio vivono, meglio si integrano, meglio convivono.


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