La Fiera e l’identità perduta

A scanso di equivoci lo diciamo subito: non è in discussione la Campionaria di settembre, rassegnata com’è al suo ruolo di kermesse-minestrone, condita oggi da un cartellone di show che incrementerà i volumi (relativamente al numero di spettatori) e farà urlare al “successo”. Da noi funziona sempre così: più quantità che qualità. Apparire più che essere. Per dirla tutta, ma facendo un atto di fede sull’attuale stato delle cose, dobbiamo dire che gli ultimi anni sono stati tribolati per ragioni esogene ed endogene. Le prime riguardavano il mercato delle fiere in crisi (oggi in netta ripresa), le seconde attenevano a una struttura confusa nella gestione societaria, pressata dai costi, incapace di agire sulla curva dei ricavi, lontana dai bisogni. La Fiera oggi è “nuova” con un nuovo assetto tra gestione e proprietà e ha alleggerito i costi (nel corso della guida del prof. Ugo Patroni Griffi). Quanto ai ricavi si può dire ancora poco, ma in assenza dei dati, è facile presumere che la curva non si sia impennata. 

Il collega Marolla, giornalista economico di larga esperienza e competenza, avrebbe voluto esaminarli quei dati, ma dalla Fiera non è arrivato nulla. Il che è singolare, perché non si può insistere comunicando l’aumento dei volumi e il successo delle iniziative senza il supporto del conto economico e di numeri capaci di suffragare una crescita che non sia quella abusata del numero di presenze e biglietti. Ma se anche si volessero tralasciare gli argomenti economico-finanziari resta in piedi tutto quello che da sempre ci affanniamo a ripetere: la Fiera del Levante deve recuperare una sua identità. Il tema è: cosa dev’essere La Fiera del Levante? Solo un contenitore che spalanca le sue porte alla megasagra di settembre e alle repliche di iniziative sperimentate in altri luoghi? Deve esultare per ogni congresso nazionale che ospita di tanto in tanto o deve svolgere funzione e azione in un mercato che sembra destinato a svilupparsi in modo prepotente? Il momento è favorevole grazie a un mercato che ha il suo cuore europeo in Germania e sta trainando verso l’innovazione altre fiere continentali capaci di intercettare risorse e progetti innovativi. L’idea della “vetrina” è morta da tempo, ma quella della “condivisione” e della “conversazione” dalle nostre parti deve ancora nascere. La Fiera sopravvive nel suo perimetro con professionalità antiquate che hanno come punto cardinale il tariffario dei metri quadri. Rendite di posizione esercitate a difesa di un fortino che non rappresenta neanche più un puntino insignificante nella mappa delle Fiere internazionali. 

È un discorso doloroso, ma non se ne può più dell’autoreferenzialità che fa riferimento a un periodo d’oro che è lontano decenni. L’headline di quest’anno dice che la Fiera è il luogo “dove pulsano le idee”. Bene, quali sono? La Fiera può tornare a essere una risorsa se smetterà i panni della stantìa autocelebrazione che si regge su una comunicazione tattica priva di obiettivi, se recluterà professionalità vere, se comprenderà che ha sul territorio risorse infinite che possono aiutarla a diventare centrale in un sistema che dialoga con gli enti locali, con le Università e con attori privati che rappresentano eccellenze territoriali. Prendiamo l’Università. Migliaia di studenti, decine di docenti, alcuni spin off potrebbero suggerire tanto alla Fiera in termini di innovazione radicale e/o incrementale. E, invece, rimaniamo alle parole, alle sgrammaticature, al ruolo di panchinari in un campionato in cui si potrebbe stravincere se solo ci fosse un... sistema di gioco. Non si tratta di fare le solite convenzioni per ospitare convegnucci o simposi. Si tratta di creare un luogo in cui va pensato lo sviluppo della Fiera per valorizzare risorse e prodotti del nostro territorio. Ma bisogna avere coraggio e umiltà. Il coraggio di affrontare i competitor, l’umiltà di avvalersi di competenze vere, favorendo l’inserimento di chi ha energie e skill per dare nuova linfa a una Fiera che è “nuova” soltanto nel nome.


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