Nella giungla delle leggi il Paese muore

Tutti uniti lancia in resta contro la burocrazia, responsabile di ogni misfatto, di ogni rallentamento del Sistema Paese, di ogni mancato o ritardato pagamento, delle lungaggini dei lavori pubblici e di qualsivoglia attività. È sempre e comunque colpa della burocrazia, tutte le volte c’è qualcosa che si inceppa o non funziona, tuonano gli urlatori della politica, gli imprenditori, i sindacati, i cittadini. La burocrazia e i burocrati sono i novelli untori da additare al pubblico ludibrio. È proprio così?

Innanzitutto, cos’è la burocrazia e perché ha così tanto potere? Partiamo dall’etimo, nella definizione del nuovo Devoto-Oli: dal francese bureaucratie, con l’astratto -cratie (dal greco krátos-forza, potere), preceduto da bureau, ufficio pubblico. La burocrazia è l’insieme degli uffici e dei funzionari pubblici, recita il dizionario, ovvero l’eccessivo potere della pubblica amministrazione, con l’improduttivo formalismo delle procedure e delle gerarchie, specialmente nel disbrigo di pratiche amministrative. L’enciclopedia Treccani ci dice che il termine burocrazia fu coniato dall’economista francese Vincent de Gournay nella prima metà del 18° secolo proprio per stigmatizzare la potenza crescente dei funzionari pubblici nella vita politica e sociale, che configurava una vera e propria forma di “governo dei funzionari”, fra l’altro del tutto inefficiente sul piano dell’amministrazione dello Stato.

Due secoli dopo gli stessi francesi hanno deciso di trasformare la macchina burocratica dando vita all’ENA, l’École nationale d’administration. Alla fine della seconda guerra mondiale, il generale de Gaulle fondò la scuola per azzerare la classe dirigente e amministrativa che aveva collaborato con il regime fascista di Vichy e per plasmare una nuova leva di alti funzionari pubblici – i cosiddetti énarques - di sicura fede democratica e repubblicana. In questi decenni l’ENA ha sfornato fior di grands commis de l’Etat che hanno permesso alla Francia di dotarsi di una delle più efficienti macchine burocratiche statali e periferiche del mondo. È una scuola prestigiosa e selettiva, a cui riescono ad accedere in media dieci allievi ogni cento domande, una vera e propria “fabbrica” delle élites che reggono le sorti del Paese.

Gli effetti di una macchina burocratica che funziona, come quella francese, sono evidenti. Ecco due esempi tra i più recenti. Un sito web unico nazionale in cui sono sufficienti pochi minuti per accedere ai benefici riservati alle famiglie che hanno bambini, dalle detrazioni fiscali agli aiuti per pagare l’affitto. Pochi giorni dopo l’avvio dell’emergenza coronavirus l’autodichiarazione per uscire di casa era un documento da compilare sullo smartphone e da mostrare alla polizia. Noi intanto abbiamo continuato a stampare e sprecare carta, cartucce e toner, versione dopo versione. Nell’indice InCiSE 2019 dell’Università di Oxford, che mette a confronto l’efficacia dell’amministrazione pubblica di 31 paesi (22 quelli europei), la Francia è al 15° posto e l’Italia al 25°. L’ultima classifica di Doing Business, che fornisce misure oggettive delle normative aziendali per le imprese locali in 190 economie, piazza la Francia al 32° posto e l’Italia al 58°.

La burocrazia italiana nuota nel mare di leggi – più di 200mila -, decreti e ordinanze sfornati da parlamento, governo, presidenti di regione e sindaci. Le norme peggio son scritte, più potere discrezionale ha il burocrate nell’interpretazione autentica. Quanto ai procedimenti, noi cittadini siamo costretti a rivolgerci ad oltre 10mila enti pubblici che ci rimbalzano da uno sportello all’altro. Per concludere, burocrazia e burocrati non avrebbero tanto potere se a monte non ci fosse un ceto politico verboso e grafomane, incapace di sintesi e chiarezza e capace di complicare più che semplificare. 

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