Nicola, l’ex prof che non sapeva proprio nulla del coronavirus

Era il 10 luglio 1976. Una nube di tetraclorodibenzoparadiossina venne rilasciata da una fabbrica di pesticidi a Seveso, nella Brianza. Circa 37.000 persone furono esposte ai livelli più alti mai registrati di diossina. La zona circostante venne quasi completamente attraversata da una serie di sostanze ritenute tossiche e cancerogene, anche in piccolissime dosi. Oltre 600 persone vennero obbligate a evacuare e altre diverse migliaia subirono l’avvelenamento. Più di 80.000 animali furono macellati per evitare che le tossine potessero entrare nella catena alimentare.
Nicola, trent’anni, barese, viveva a Milano ed insegnava storia e filosofia, amore sconfinato per Socrate, Platone e Aristotele. La nube di Seveso lo mandò in crisi. Per mesi si immerse in pensieri malinconici, drammatici: l’uomo stava distruggendo se stesso e la natura, un mondo senza futuro, destinato a scomparire, gente invasa dalla paura.
Terribile. Nicola giurò di impegnarsi per trovare qualcosa, una linfa che potesse ridare la vita vera ai suoi simili senza sorriso, stressati all’inseguimento della ricchezza, costi quel che costi. Gli facevano orrore i pesticidi, le ciminiere delle industrie. Predicò in conferenze, in convegni. Nessuno lo ascoltò, fu preso per invasato, per «pazzo da legare».
Nicola si arrese: pensò alla sua salvezza. Lasciò la scuola, si dimise. Ritornò in Puglia, comprò per quattro soldi un rudere nella campagna di Alberobello, un fazzoletto di terreno attorno, un posto lontano da tutti, lontano dalla civiltà che cominciava ad essere quella del consumo e della sofisticazione. In paese lo videro in giro solo per poco tempo, carico di zappe e forbici. Poi scomparve e nessuno si accorse della sua scomparsa.
Anni e anni. Trentanove. Lunedì 3 marzo 2020, a quel rudere arrivò Dario, giornalista pentito e nauseato dalle anticipazioni sul decreto ultimo anti-coronavirus. Dario cercava aria pura: non aveva paura del virus, però… Vide d’incanto, quasi fosse un fantasma, un uomo che zappava. Un campetto che sembrava il Paradiso terrestre: c’era anche un albero con un frutto strano. Mai visto: era la mela a spicchi color arancio che l’uomo-fantasma aveva fatto nascere con un innesto particolare. Un frutto fuori stagione. Le “mele” avevano una buccia delicatissima che si “toglieva” facilmente e lasciava vedere gli spicchi. Erano morbidi e si staccavano. Il sapore era quello di una mela trentina con leggero retrogusto di rosa.
Nicola aveva 74 anni, ma ne dimostrava quindici in meno. Non sapeva niente del coronavirus. Era felice.
Era destinato a vivere fino a 110 anni, fuori da un mondo globale che aveva ammazzato la natura e l’uomo.
Dario si illuminò, capi tante cose, ma non volle scrivere niente: Nicola doveva continuare a vivere felice. Almeno lui.

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