Non si può tollerare l'impunità di gregge

 Ho voluto osservare l’ultima manifestazione di protesta inscenata dai congiunti dei detenuti sotto il carcere di Bari. Ci sono andato per rendermi conto di quello che stava accadendo anche nella nostra città. Sono stato accolto da un tamburellare di bambini su coperchi di latta e dalle urla di alcune donne che incitavano i loro uomini ad accendere le lenzuola dietro le sbarre. Fuochi che prontamente si sono accesi, ovvio. 

La sensazione che ho avuto è che si trattasse di piccolo sottoproletariato criminale al soldo delle gerarchie mafiose. Di un gregge che si è radunato in modo poco spontaneo per protestare il sacrosanto diritto al colloquio. 

Al di là delle ragioni delle rivolte, quel che mi interessa sottolineare è l’alleanza tra diseredati e mafiosi. Chi conosce il carcere dal didentro sa che le gerarchie di fuori si proiettano nelle sezioni e tra sezioni e sezioni. Detenuti comuni si sottopongono al comando di quelli in alta sicurezza, perché provenienti dal medesimo mondo sociale che produce una stratificazione criminale. Si dirà, in assenza dello Stato. Ma è davvero così? Davvero tutti i detenuti provenienti dal cosiddetto popolo, da quel gregge che ha riempito viale Giovanni XXIII, non ha avuto scelta nella vita? Oppure ha fatto la scelta di deviare? Di andare contro la legge? Si dirà ancora, che se uno Stato non è allettante, allora è una sconfitta di tutti. Davvero? È lo Stato la regola o le regole, quelle morali, devono essere diffuse dentro la società a prescindere dallo Stato? 

Vi sono sacche di società che hanno deliberato di contrapporsi alle regole e al valore della vita, perché hanno sposato la regola della violenza. 

È dentro queste sacche che si agita il serpente del crimine organizzato, che fa interiorizzare quelle regole a modo suo. E, una volta interiorizzate, il gregge vive in uno stato di impunità. Di impunità di gregge, appunto, che lo porta a contrapporsi allo Stato durante gli arresti, durante la detenzione, durante i domiciliari. 

Una contrapposizione che non ha nulla di sovversivo, ma ha tutti i caratteri dell’eversione mafiosa. Un’eversione che serpeggia, che si insinua perfino negli ambienti politici più radicali, che impregna le curve degli stadi, che intasa i discorsi di alcuni partitini dello zero virgola per cento e certi nostalgici degli anni di piombo. Non può socialmente sussistere una rivolta sociale che parta dalle carceri italiane, perché non sono carceri ricche di pensiero politico, ma povere di cultura e povere di diritti. Può partire soltanto la seria riapertura di un dibattito su tutto il sistema della pena e della rieducazione. Un dibattito di cui hanno bisogno soprattutto i detenuti provenienti da quel gregge.

Scrivi all'autore