Parità di genere? Soltanto a parole


Nella lista degli insuccessi dei mesi targati Covid-19 bisogna inserire anche i criteri di scelta con cui sono stati composti alcuni degli organi decisionali del Paese, se abbiamo inneggiato con furente passione al lavoro di operatrici e operatori sanitari non lo stesso spazio è stato riservato ad altre classifiche. Se si studia il rapporto tra uomini e donne impegnati nei ruoli chiave presso protezione civile, ministero della salute e nelle task force create ad hoc, emerge un dato che ha il dovere di farci riflettere. Il resoconto sull’impiego in questi ruoli tra uomini e donne è squilibrato per un rapporto di 1/5, troppo per non prevedere una seria discussione.

L’analisi è dolente da leggere se si pensa che il numero di donne con potere decisionale è solo del 20%. La gestione dell’emergenza Coronavirus ha fatto riemergere uno dei mali cronici del nostro paese: la mancanza di parità di genere. In barba alla commissione parlamentare Donne per un nuovo Rinascimento, costituita lo scorso 15 aprile e fino a questo momento inoperosa.

Il dossier pubblicato  dal portale Openpolis offre una fotografia impietosa: è stato sufficiente effettuare un censimento dei membri che compongono le numerose strutture coinvolte nell’emergenza per capire che la parità di genere si dimentica appena si esce dalla smielata e retorica litania politicamente corretta. Alla prova dei fatti, manca. Se nelle prefetture il rapporto non vive eccessivi sbilanciamenti, registrando la presenza del 60% di uomini a fronte del 40% di donne, le regioni vantano tristemente numeri da inizio millennio. Il primo però. Gli assessori regionali alla sanità e alla protezione civile sono ripartiti in 70% uomini e 30% donne. Per quanto riguarda le strutture regionali cominciando dai soggetti attuatori nominati, alle task force, passando per le unità di crisi, comitati e finendo con le direzioni, contano ben 60 punti percentuali di differenza tra l’impiego maschile e quello femminile. Quindi 5/6 degli incarichi nazionali sono in mano agli uomini.

Numeri che di fatto non sono passati in secondo piano, motivo per cui Emma Bonino di +Europa aveva denunciato l’assenza di un criterio meritocratico nel momento delle scelte. Un malessere a cui è seguito lo scorso 2 maggio il flashmob virtuale #DateciVoce a cui ha partecipato buona parte del mondo della politica, della cultura e dell’economia. Un momento di rivendicazione degli articoli 3 e 51 della Costituzione in cui è preteso il diritto delle donne a essere rappresentate.

A questo punto la domanda è d’obbligo: in Puglia come va?

La querelle sul divario occupazionale trova fondamento anche, e soprattutto, nella nostra regione. I numeri pugliesi sul tema sono tutt’altro che confortanti, anzi potremmo dirci una vera zavorra per le statistiche. Sono le regioni del Sud quelle in cui il divario è maggiore tra uomini e donne, ed il fanalino di coda in questa graduatoria nazionale siamo proprio noi. Ultimi di una zona retrocessione completata da Campania, Basilicata e Abruzzo.

Il gap tra i due generi è del 28,2%, vuol dire che su tre lavoratori solo uno è donna. Le ragioni possono essere molteplici, ma forse quella che vale la pena analizzare di più è la questione legata alle opportunità del territorio. Gli indicatori che misurano la conciliazione tra vita e lavoro mostrano una difficoltà da parte delle donne con figli piccoli ad entrare nel mondo del lavoro.

In larga parte i problemi sono legati all’assenza di strutture che permettano di conciliare la vita professionale con quella genitoriale. Sempre le donne sono poi le principali vittime del part-time involontario: complessivamente in Puglia interessa il 14% dei lavoratori (era l’8,9% nel 2010) mentre tocca quota 23,7 se si analizza, invece, il solo dato femminile. Ecco allora che si ritrovano le fondamenta dei problemi nazionali. Nell’immaginario collettivo così come è dato per scontato che gli infermieri siano per il 78% donne, è parso evidentemente naturale che all’interno del comitato tecnico-scientifico Covid Presso la Protezione civile il genere femminile non fosse rappresentato nemmeno in una unità. Su venti membri nazionali designati per far parte di questo organismo, neanche una donna sarebbe risultata all’altezza. Il comitato di esperti per la fase 2, guidato da Vittorio Colao, conta solo 5 donne su 20, e nella struttura a sostegno del commissario Borrelli se ne contano 5 su 18.
Il che la dice lunga sui criteri di selezione se poi vediamo che tra le personalità di spicco (ancora di più all’estero) della comunità scientifica ci sono moltissime donne.


La regione: cattivo esempio

Per capire i numeri pugliesi è sufficiente vedere la composizione del consiglio regionale. Si contano negli eletti del 2015 zero donne per la maggioranza che ha eletto il Governatore Michele Emiliano mentre sono tre le quote rosa nelle fila del Movimento Cinque Stelle e una sola per Forza Italia. La Puglia ad oggi èuna delle cinque regioni a non aver applicato la legge del 15 febbraio del 2016 che modificava una legge del luglio 2004. Dal quattro anni è infatti obbligatorio avere un bilanciamento all’interno dei consigli regionali, uno dei due generi non deve mai eccedere il 60%. È naturale che essendo la norma successiva alle elezioni, non è stata effettuata ancora nessuna infrazione ma in vista delle prossime consultazioni sarà opportuno provvedere celermente visto il ritardo già maturato.

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