Solo il dialogo tra conservatori e progressisti ci può salvare

l governo giallorosso è nato perché la Lega è stata posta da suoi alleati importanti (anche il premier) di fronte ad un ultimatum di fatto: continuare a governare senza flax tax (la madre di tutte le sue riforme) e accodarsi all’UE della Ursula o mollare. La rottura ha salvato “in limine” il suo profilo attuale di forza ipersovranista e “friedmaniana”. Questa lettura poco “mainstream” della crisi non piace a molti, convinti che la Lega abbia fatto un karakiri senza aggettivi: ma esso si è rivelato ingenuo sì (per lo sfumare delle elezioni anticipate) però niente affatto senza speranze politiche future. Più precisamente la Lega è stata bloccata da una barriera che non le ha lasciato scampo: costruita perfino da Trump (desideroso di colpire la Cina, essendo l’Italia l’unico grande paese europeo ad aver accettato la via della seta), oltre che dal Vaticano di Bergoglio (che non ha trovato la quadra fra il lassismo dei tempi pre-gialloverdi sull’immigrazione e un’azione attenta alle esigenze di integrazione), dall’establishment dell’UE (preoccupatissimo di un sovranismo governante in Italia) e da un certo establishment italiano compreso il presidente della Repubblica (che, se avesse voluto, ben avrebbe potuto sciogliere le Camere nel pieno rispetto della Costituzione).

Ci si interroga su quanto potrà durare il Governo giallorosso, ma la posta in gioco è molto più alta. Per questo il dibattito nel Paese deve crescere

I due fondatori-padri nobili (Prodi e Grillo) si sono affrettati a benedire l’operazione “in fieri” con chiari endorsement: il primo per ausiliare la scelta di non anticipare le elezioni e forse anche per ricandidarsi a presidente della Repubblica; il secondo più modestamente per riprendere forza nel M5S, pur con pulsioni visionarie.

Per alcuni cervelli il ribaltamento parlamentare va ben oltre il “trasformismo”. Per Emanuele Macaluso il governismo non è la via per superare la frattura – oggi profondissima – fra sinistra e popolo (questa illusione fu anche del Psi). Per Biagio De Giovanni sì, la politica è l’arte del possibile, ma “non tutto è sempre possibile”. Carlo Calenda ha denunciato un tatticismo privo di orizzonte etico. Massimo Cacciari ha scritto di una “destrutturazione radicale dello spazio politico”, che diventa “post-politico” nel senso che in esso si svolgono accordi di diritto privato che con le strategie collettive non hanno più nulla a che fare. Aggiungerei che non solo non esiste più destra e sinistra (categorie dell’Otto e Novecento), ma neppure – ciò ancor più grave – conservatori e progressisti, qualora dovesse affermarsi una indistinta massa di persone dedita, in Parlamento, a rimescolare i voti solo per conquistare grisaglie ministeriali. Il nuovo governo durerà? Il quesito non mi appassiona. Spero invece che la dialettica conservatori/progressisti possa prendere corpo nel Paese e fra la gente, per salvare la Repubblica e la democrazia dell’alternanza. Ma il desiderio di riformare la legge elettorale adottando un proporzionale quasi puro certo non aiuta…

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