Sottovalutazione e ignoranza alleati del virus

Genio e sregolatezza, si dice per indicare da un lato la creatività e dall’altro la refrattarietà degli italiani al rispetto delle regole. A dispetto dei tanti luoghi comuni, che pervadono esistenza e informazione, non è certo il caso di ciò che stiamo vivendo per il Covid-19. 

Piuttosto dovremmo parlare di ignoranza e sregolatezza e dovremmo aggiungere che si tratta di un comportamento che nessuno può permettersi di sottovalutare, giacché minaccia la salute e, perfino, la vita delle persone.

Il ritorno dei bamboccioni da mammà, associato all’atteggiamento guascone (e sempre condito da una copiosa dose di volgarità) di una nutrita schiera di indefinibili personaggi, sono per il nostro territorio una minaccia gravissima. 

Si dirà: è successo anche al Nord. Vero, verissimo. E quindi? Dovrebbe consolarci il solito detto idiota “mal comune mezzo gaudio”? 

Per favore, non scherziamo. Secondo il presidente Emiliano, sono... tornati da mammà circa 30mila pugliesi (solo per due terzi il dato è confortato dalle “autodenunce”): una potenziale bomba virale assemblata lungo un percorso di centinaia di km a bordo di treni su cui si è viaggiato in condizioni proibitive. 

Il resto è rigorosamente... autoctono. Le immagini del nostro sindaco, (costretto a fare da vigilante, hanno fatto il giro della penisola. Ragazzini al parco, simil-umani con l’immancabile birra e il solito lessico da trivio esibito davanti alle cam dei telefonini e i loro rampolli a giocare a calcetto (non risparmiando offese di ogni genere alle vigilesse).

È un sentimento misto tra rabbia, pena e tristezza quello che ti assale davanti a devastanti sequenze di questo genere.  

E poi? E poi c’è il “rassicurazionista”. Figura altrettanto deleteria che, in doppiopetto e pochette, ignorando l’allarme degli scienziati, diffonde la sottovalutazione del fenomeno, sempre pronto, se non sei d’accordo, ad appiccicarti l’etichetta di “terrorista”. 

Un tempo tutto questo era “mediato” dalla categoria più vituperata d’Italia: i giornalisti. Intendiamoci, nessuna nostalgia, ma solo presa d’atto. 

I tempi sono cambiati, i media sono cambiati, la rivoluzione digitale ha reso la comunicazione orizzontale. I canali sono alla portata di chiunque sappia pigiare almeno due dita su una tastiera. 

Un trionfo per la libera circolazione del pensiero. Ed è su quest’ultima parola che casca l’asino (nel senso letterale del termine). Perché l’asino parla di ogni cosa e siccome non sa praticamente quasi nulla, condivide tutto ciò che è in sintonia con la sua sfera emotiva, sorvolando su morfologia e sintassi (divenuti studi che a tanti sembrano obsoleti al cospetto di quella scrittura pittografica costituita da emoji, emoticons e sticker che pervadono milioni di messaggi).

Qualcuno si chiederà: ma cosa c’entra tutto questo con il Covid-19? C’entra con il coronavirus e più in generale con la propagazione di tutta quella mole di informazioni che circola priva di senso critico e verifica.

Il Covid-19 è un nemico invisibile e subdolo: può essere battuto solo con rigore, disciplina e rispetto delle regole. Eppure da settimane è l’argomento principale di migliaia di fake news che contagiano gli utenti dei social ad una velocità persino superiore a quella del coronavirus.

È molto grave che questo accada, perché indica l’arretratezza culturale di una popolazione che ha sì la possibilità di esprimersi, ma non ha la capacità di distinguere il vero dal falso.

È proprio questo che garantisce un effetto moltiplicatore alla diffusione di un nemico che minaccia le nostre vite. 

Un gioco terribile generato dal fatto, per dirla (ancora una volta) con gli studi dei mass-mediologi, che i social hanno abbattuto tutte le soglie della vergogna e dell’umiltà.

È un tema alto, tutt’altro che trascurabile, che la Politica e agenzie sociali dell’istruzione, dell’educazione e della formazione dovrebbero porsi in modo serio.  

Da decenni, alla prova dei fatti, intere generazioni risentono di una “costruzione” del pensiero influenzata dai modelli dell’intrattenimento della TV commerciale. Ne stiamo pagando il prezzo.


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