Una Regione votata alla sud-ditanza

E' una storia tutta pugliese. Una storia di colonizzati e colonizzatori. Storie di sostanza (poca) per noi e di apparenza per chi piomba dalle nostre parti con il vessillo (e l’accoglienza) del salvatore della patria. Con tanto di tappeto rosso steso dai nostri amministratori, più inclini a suscitare l’attenzione dei media che a occuparsi seriamente dell’economia del territorio. È stato così anche per Arcelor Mittal, il “gigante” (definizione abusata dai pigmei nostrani) che a Taranto ha “salvato” l’ex Ilva, salvo minacciare il suo disimpegno ad ogni piè sospinto. Nella scia di una tradizione che ha già fatto tante vittime dalle nostre parti, anche Arcelor Mittal ha deciso di cancellare dal suo elenco una serie di fornitori locali. Persino gli indumenti fanno lavare fuori Taranto e per il trattamento delle acque hanno liquidato le aziende storiche pugliesi per privilegiare quelle 

francesi. Il collega Marolla segnala (correttamente) che l’azienda sta rispettando solo leggi di un mercato che impongono di avere lo stesso servizio al miglior prezzo. Una procedura tutelata dall’Unione Europea che in realtà chiude entrambi gli occhi quando i meccanismi sono a parti rovesciate. Insomma, i conti non tornano, ma accusare Arcelor Mittal non porta da nessuna parte e, in termini manageriali, non è neanche giusto. Becero sciovinismo? Nessun dubbio. Ma il vero limite, ancora una volta, è tutto nostro. È in una classe dirigente risultata approssimativa in sede di trattativa e incapace di reagire quando il “gigante” mette in atto azioni che devastano il territorio e le imprese dell’indotto. Archiviati i titoloni sul salvataggio, le istituzioni si sono defilate. Salvo ricomparire con dichiarazioni di prammatica nelle funeree occasioni degli incidenti sul lavoro che investono gli operai.

Arcelor-Mittal sta liquidando i fornitori dell’indotto pugliese nell’indifferenza generale

Le piccole aziende, espulse in modo unilaterale e senza una reale rappresentanza, vivono un momento di destabilizzazione. Confindustria tace, zittita, a quanto pare, da un colosso che ha riversato nelle casse dell’organizzazione una somma che da quelle parti non si era mai vista. Un’altra brutta, bruttissima storia. Mai come oggi l’organizzazione rappresentativa degli industriali avrebbe l’occasione in sede locale di dare un senso alla propria presenza. Fare di Arcelor Mittal, in assenza di un indotto stimolato dalla domanda del “gigante”, una cattedrale nel deserto, con questa deriva, non è un rischio, ma una certezza. Una strategia che finirà, nel medio termine, con il punire anche chi, in questo momento, si volta da un’altra parte per interessi che nulla hanno a che fare con lo sviluppo e la crescita del territorio. È un discorso serio. Forse lo è fin troppo per chi non è stato capace di fissare le regole del gioco e per chi, succube di altre logiche, non è capace di arginare lo strapotere di chi, agitando il vessillo dell’occupazione, riduce sul lastrico un indotto altrettanto importante. Alla prova dei fatti ci resta solo una speranza. Che i nostri amministratori abbiano un rigurgito di lucidità capace di riscattarli dall’insipienza e dall’approssimazione che, una volta di più, si sta rivelando deleteria.


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